Protezione Civile - Provincia Autonoma di Trento

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La Camerona

 
Ingresso grotte

Premessa
La grotta denominata “La Camerona”, inclusa nel catasto delle cavità naturali della Provincia di Trento con il numero 120 VT (Venezia Tridentina), si trova in prossimità della località Ballino, nel territorio comunale di Fiavé, nel Trentino centro-meridionale. Pur non avendo uno sviluppo notevole, specialmente se confrontata con i maggiori complessi carsici del Trentino (misura circa un centinaio di metri in lunghezza) essa è sempre stata oggetto di interesse da parte di appassionati, escursionisti e turisti date le notevoli dimensioni dell’imbocco, ben visibile per chi transita dalla strada statale n. 421 e dall’abitato di Ballino.

Quadro sintetico dei dati identificativi:
Nome locale: La Camerona di Ballino
Località: Passo del Ballino
Comune: Fiavé
Carta topografica: CTP 80020 “Ballino”
Coordinate UTM – Roma 1940 (Nazionali): Est 1640827, Nord 5091774
Coordinate UTM WGS 84: Est 640798, Nord 5091751
Quota: 893 m slm
Formazione Geologica: Calcare del Misone – Giurassico inferiore (Età: Sinemuriano–Pliensbachiano).

Itinerario di accesso e descrizione grotta
Si apre con un ampio portale ad est della frazione di Ballino, poco sopra il paese, a 893 metri di quota. La grotta è raggiungibile partendo dal centro dell’abitato e percorrendo una stradina in salita verso sud-est fino alla località Castil. Qui, subito dietro la colonia dei Padri Verbiti di Varone, parte il sentiero, risistemato nell'anno 2006 dal Servizio Foreste e Fauna della P.A.T. (Ufficio Distrettuale Forestale di Tione), che, salendo verso nord-est, conduce alla cavità in 15–20 minuti circa attraversando un versante costituito da un antico accumulo di blocchi di frana. L’ingresso della grotta, di eccezionali dimensioni (20 metri di larghezza per 12 metri di altezza) è facilmente visibile dalla strada statale n. 421 e caratterizza paesaggisticamente in modo particolare il basso versante occidentale del monte Misone.

La Camerona si addentra verso est con andamento ascendente e con discreta pendenza (15°- 20°) per circa 60-70 metri, sempre molto ampia (dai 18 ai 25 metri di larghezza, in pianta) e con il soffitto alto una decina di metri che solo nella parte più interna si abbassa sensibilmente. Nel tratto principale la caverna non presenta diramazioni o cunicoli laterali. Il pavimento è completamente occupato da grossi blocchi di roccia spesso rappresentati da frammenti tabulari degli strati caduti dalla volta, con diametro di 1-3 m, mentre lo spessore in genere è compreso tra 0,5 e 1,5 m e le due facce superiore ed inferiore si presentano planari e sub-parallele. Nella parte terminale della grotta i blocchi sono progressivamente ricoperti e celati da uno strato di spessore da centimetrico a decimetrico di limo calcareo di colore roseo–rossastro proveniente dalle zone più interne della cavità. Si tratta di sedimenti di origine probabilmente mista, provenienti sia dal dilavamento di depositi glaciali sparsi lungo il versante soprastante, sia di terreni di tipo residuale, cioè derivati dalle frazioni insolute prodotte dai processi di carsificazione della roccia calcarea, fluitati, trasportati e rideposti dalle acque di percolazione.
All’interno della cavità si osservava, all’epoca dell’ultima visita (prima decade di marzo 2008), un modesto stillicidio diffuso proveniente dal soffitto, soprattutto nella parte intermedia e finale. Altri segni d’acqua, per lo più modesti, erano limitati a piccole vaschette di concrezione (“gours”) e a deboli scorrimenti idrici sulle pareti e sulla superficie del deposito che riveste il ripido tratto terminale della grotta. In questa zona si è depositato massivamente un cospicuo banco di limo calcareo color beige, apparentemente privo di strutture di accrescimento laminari, di media consistenza e relativamente friabile. I primi esploratori della Camerona hanno inciso il deposito con impronte marcate allo scopo di facilitarne la risalita, inclinata di circa 45°, e trovare eventuali altre prosecuzioni alla sommità della rampa.
La prima parte della grotta non presenta forme concrezionali sulla volta o sulle pareti. Il settore centrale del soffitto è costituito dalla parte basale di un piano di stratificazione che immerge gradualmente verso nord–ovest. Nella parte più interna invece il soffitto è rivestito per ampi tratti da grosse concrezioni mammellonari, del diametro di 0,5-1,0 m e della lunghezza di 1,5–2 m. Si tratta di stalattiti tozze, a “pigna”, cioè di forme intermedie tra le stalattiti e le colate concrezionali, in cui l’accrescimento radiale è rilevante, confrontabile o di poco inferiore a quello in senso verticale. Sul pavimento, invece, in corrispondenza delle concrezioni sopra descritte e delle zone di stillicidio, si osservano delle forme embrionali di stalagmiti, più simili a vulcanetti concrezionali, a forma di anello, di modesta altezza (4–10 cm) e di spessore dell’ordine di 5-15 cm, di colore bruno.
Alla base della ripida salita terminale sono presenti infine, come già detto precedentemente, alcune modeste vaschette (“gours”) del diametro di 20–30 cm e della profondità di pochi centimetri. Si tratta di forme legate allo scorrimento di veli d’acqua su superfici inclinate; quando l’acqua incontra una piccola asperità, deposita il suo contenuto di carbonato di calcio formando dei modesti cordoni di concrezione che progressivamente si accrescono fino a costituire veri e propri arginelli, talvolta con andamento sinuoso od arcuato. La continua deposizione di carbonato di calcio può superare anche il metro di altezza (come ad esempio nella Grotta del Calgeron in Valsugana). Nella Camerona invece, le vaschette sono ancora in fase embrionale, poco sviluppate e riconoscibili solo da occhio esperto.
Le pareti laterali della grotta, che a tratti presentano una colorazione scura, sono caratterizzate dalla presenza di alveolature diffuse sulle superfici rocciose. Si tratta di piccole concavità del diametro di 1–3 cm e della profondità di 0,5–1,5 cm, con fondo arrotondato, separate da sottili creste aguzze. Queste morfologie sono verosimilmente legate al fitocarsismo, cioè all’azione di soluzione chimica ad opera di acidi organici rilasciati da alcune specie di alghe o licheni che si sviluppano frequentemente in ambienti umidi, con poca luce (le rilevanti dimensioni dell’ingresso della Camerona permettono alla luce di illuminare debolmente la galleria per tutti i primi cinquanta metri), su rocce calcaree verticali percorse da deboli veli d’acqua a pH subneutro o basico, anche se povere di sostanza organica.

L’ambiente, la vegetazione, il clima, la geologia
Il versante lungo il quale si sviluppa il sentiero di accesso alla cavità presenta nella parte iniziale alcuni modesti affioramenti di roccia ben stratificata, mentre nella parte intermedia e terminale del percorso di accesso è invece caratterizzato da un vasto accumulo di blocchi di frana di dimensioni considerevoli, in qualche caso superiori a 10–20 m di altezza. I blocchi, che mostrano segni di colonizzazione da parte di muschi, licheni e vegetazione minore, fanno parte di una delle tante frane di epoca quaternaria che hanno segnato le valli trentine dopo il ritiro dell’ultima glaciazione.

La vegetazione che riveste il versante è costituita da un bosco misto, prevalentemente rappresentato da faggi ed abeti.

La grotta si apre nella formazione calcarea denominata “Calcare del Misone” del Giurassico inferiore (Età: Sinemuriano – Pliensbachiano), databile approssimativamente a 190 – 200 milioni di anni fa. La zona è stata oggetto negli ultimi anni di studi geologici e rilevamenti nell’ambito del progetto CARG (Cartografia Geologica Regionale), che hanno portato all’edizione della nuova carta geologica in scala 1:50.000 “Foglio 080 Riva del Garda”.

Il fianco occidentale del Monte Misone costituisce dal punto di vista strutturale una monoclinale immergente verso ovest-nord ovest, interrotta da alcune faglie parallele e subverticali, leggermente trascorrenti. La monoclinale si raccorda verso nord-ovest ad una complessa zona di raccorciamento tettonico, costituita in parte da una sinclinale (verso nord) ed in parte da settori rocciosi adiacenti interrotti da faglie subverticali, con asse pressoché coincidente con il fondovalle della zona di Ballino, formata da rocce calcareo-marnose più recenti (formazioni cretaciche denominate “Maiolica” e “Scaglia Rossa”). La struttura tettonica monoclinale interrotta da faglie sul versante ovest del Monte Misone, sopra descritta, rende conto della presenza di pareti rocciose alte 50–60 metri, impostate lungo le faglie trascorrenti sinistre, orientate in modo tale da formare alcuni caratteristici gradini posti in successione che interrompono il fianco montuoso. Si tratta pertanto di forme di origine strutturale, legate ad un controllo tettonico, e non di morfologie attribuibili ad eventi erosionali, quali ad esempio antiche incisioni vallive, come potrebbe sembrare ad un primo esame.

Le superfici esterne della roccia in cui si apre la grotta sono di colore grigio poiché sono rivestite da patine o cortecce di alterazione e decalcificazione superficiale determinate dall’azione degli agenti esogeni. La roccia, classificabile come una micrite (calcite microcristallina), alla frattura fresca si presenta di colore da grigio chiaro a nocciola molto chiaro e, se osservata con una lente di ingrandimento, mostra talora la presenza di strutture originarie ridotte a “fantasmi”; probabilmente si tratta di ooliti, “lumps” (aggregati irregolari di dimensioni maggiori), intraclasti e bioclasti i cui contorni sono molto evanescenti a causa di processi diagenetici di ricristallizzazione della calcite.

Nelle parti più interne della grotta sono stati raccolti inoltre, in corrispondenza di sottili strati (spessore 10–12 cm) intercalati nel Calcare del Misone, dei campioni di calcari di colore da grigio chiaro a biancastro, con significativi contenuti in silice di origine organica diffusa nella matrice, derivante da resti di spicole di spugne e radiolari; si tratta verosimilmente di litotipi che preannunciano il passaggio alle formazioni rocciose superiori (Formazione del Tofino – Membro di Bocchetta Slavazzi; Giurassico medio).

Dal punto di vista idrografico la zona è caratterizzata dalla presenza di alcuni rivi per lo più a carattere temporaneo. Ad ovest di Ballino, sul fianco orientale della dorsale Dosso d’Enziana – Cogorna, si sviluppano vari impluvi sub-paralleli nelle località Coste Lindos, Raina e Tovaros, i quali sul fondovalle formano alcuni conoidi da debris-flow attualmente non attivi o riattivabili solamente in concomitanza di eventi alluvionali catastrofici. Il più importante è il Rio Ruzza, che forma il deposito alluvionale su cui sorge l’abitato di Ballino e poi prosegue sul fondovalle verso sud, in direzione di Tenno. Sul versante occidentale del Monte Misone, poco a nord della grotta, si individuano ancora alcuni rivi temporanei nelle località Cercena e Stavei.

Per quanto concerne il regime climatico attuale dell’area dobbiamo fare riferimento alle stazioni di rilevamento meteorologico più prossime alla nostra zona di interesse, rappresentate da Cavrasto e da Tenno. Per la zona di Tenno (428 m di quota) i dati mostrano una certa variabilità (si va dai 1162 mm del 1975, agli 840 mm del 1988).Nel periodo 1921-1950 a Cavrasto (Bleggio - q. 712 m) si ricava una media annuale di 1298 mm. Per la zona di Ballino da dati bibliografici, sempre per il periodo 1921-1950, si ricava una media di circa 1080 mm/anno. Nell’epoca attuale la zona di Ballino è caratterizzata quindi da un clima di transizione tra il tipo temperato oceanico, senza una vera e propria stagione asciutta, e quello continentale. Più in particolare il clima è di tipo pre-alpino, con due massimi di piovosità in primavera ed in autunno e due minimi in estate ed in inverno.In realtà in estate si può individuare un minimo relativo, ma non manca mai un certo grado di piovosità, sempre compreso approssimativamente tra 80 e 100 mm/mensili per i mesi di luglio e agosto.

I dati di temperatura disponibili per l’attuale periodo si riferiscono solamente alla stazione di Tenno (quota 428 m slm) per le annate che vanno dal 2000 al 2007 ed evidenziano valori minimi compresi indicativamente tra –4,6 e –4,9 °C (gennaio) e tra 19 e 23° C (luglio e agosto); i valori massimi sono invece compresi tra 0,3 e 3 °C (gennaio) e tra 22 e 30° C (luglio e agosto). Per la zona di Ballino si deve tenere conto di un fattore di diminuzione della temperatura dovuto alla quota più elevata (753 m slm per il centro abitato e 893 m slm per la grotta). La temperatura media annua si colloca molto probabilmente tra 8,6 e 9,0 °C.

Le dimensioni della Camerona naturalmente non sono compatibili con l’esiguità del bacino di alimentazione attuale e la formazione della grotta risale ad epoche molto più antiche, situandosi probabilmente, in accordo con molti altri complessi carsici delle Alpi venete meridionali, nell’Oligocene, poco dopo l’emersione del territorio dal mare, o tuttalpiù durante il successivo Miocene medio-superiore, con un clima, quindi, di tipo tropicale, una stagione delle piogge particolarmente intensa e una ricca vegetazione con intensa pedogenesi.

Durante il Quaternario le glaciazioni hanno avuto un ruolo importante nel riempimento e nello svuotamento ciclico dei sedimenti, ma non dovrebbero aver influito particolarmente sullo sviluppo della grotta. Il concrezionamento è continuato invece anche nel Quaternario più recente in cui si può ipotizzare, in accordo con dati paleoclimatici ricavati da analisi isotopiche su concrezioni di grotta (Borsato, 2007) la presenza di un clima umido e molto piovoso a partire dall’inizio del periodo Tardoglaciale (approssimativamente 11.000 – 12.000 anni B.P.) e fino a 8.000 anni B.P., seguito da un periodo di progressiva riduzione della piovosità con evoluzione verso un clima continentale secco e freddo nel periodo compreso fra circa 8.000 e 5.000 anni B.P. (= Before Present).

Formazione della grotta
Ruolo importante nella formazione della grotta ha avuto senza dubbio la stratificazione, che qui presenta una inclinazione di 30–32° con immersione verso nord-ovest (306°). Gli strati hanno spessore variabile da un minimo di 50–70 cm ad un massimo di 130–160 cm, ma sono visibili anche locali intercalazioni di sottili strati di calcare microcristallino (micrite) di 10–12 cm e banconi massicci di spessore superiore a 2–3 m.

Nella parte iniziale si osservano alcune fratture di estensione rilevante che hanno contribuito alla formazione e all’accrescimento della notevole sezione trasversale. La prima, con direzione pressoché ortogonale all’asse della grotta, è visibile a breve distanza dall’ingresso e immergeverso nord-ovest con un’inclinazione di 55° circa, attraversando l’intera sezione della cavità. Un secondo sistema di fratture è responsabile della morfologia del fianco destro della cavità (procedendo verso l’interno), ed immerge verso sud–ovest con un’inclinazione di 82°.

Nella seconda parte la morfologia cambia. Nell’ultimo tratto (lungo circa 20-25 metri) la grotta si restringe e si abbassa sensibilmente (6-7 metri di larghezza per 2 metri di altezza). Il pavimento, formato da limo e concrezione, si inerpica verso l’alto con notevole pendenza e la galleria, che sembra quasi piegare verso nord-nord est, termina improvvisamente con una piccola saletta e due brevi cunicoli, appena accennati ed impercorribili, sul fondo. In questa zona, nei loro rilevamenti del 1932, gli speleologi rivani segnalavano due piccoli pozzi scavati da poco nel limo e descrivevano accuratamente la provenienza del sedimento dalla parte sommitale della caverna nei periodi di pioggia intensa. Lo sviluppo complessivo della grotta è di circa 100 metri e il dislivello fra l’imbocco ed il punto interno più alto è di quasi 33 metri.

Una prima fase genetica è riconducibile al progressivo allargamento della sezione trasversale della cavità in seguito al passaggio di significative quantità di acque aggressive lungo i piani di stratificazione ed i sistemi di frattura (in genere ascrivibile ad una fase climatica tropicale umida con un controllo tettonico-strutturale che favorisce l’assorbimento delle acque in profondità). Successivamente l’ampliamento e la morfologia della galleria, dopo l’approfondimento delle valli e quindi del livello di base, è stato completato dall’alternanza di fasi di riempimento-svuotamento di grandi quantità di sedimenti (in stretta dipendenza con le variazioni del clima), fenomeni di crollo ed erosione dell’imbocco (erosione ed esarazione glaciale, rilascio tensionale del versante), alterazione delle pareti e della volta (concrezionamento, crioclastismo, fitocarsismo), ecc.

Fauna ipogea
Dal 1935 al 1949 diversi speleo-biologi hanno visitato la Camerona e vi hanno effettuato accurate ricerche faunistiche (Alberto Brasavola de Massa del Museo di Scienze Naturali di Trento, Livio Tamanini del Museo Civico di Rovereto, Leonida Boldori della Società Entomologica Italiana, etc.). Fra i ritrovamenti più importanti, oltre a interessanti esemplari di molluschi, collemboli, ditteri e miriapodi che vivono nelle zone più umide della cavità, la letteratura scientifica riporta alcune rare specie di insetti (coleotteri carabidi, emitteri eterotteri) oltre a qualche piccolissimo isopode terrestre (crostacei) adattati specificamente a vivere in ambiente sotterraneo.

Notizie storiche, esplorazioni e studi precedenti
La visibilità dell’ampio ingresso dalla zona di Ballino e il fatto che la grotta è agevolmente raggiungibile in pochi minuti, lasciano supporre che la cavità sia stata conosciuta e probabilmente frequentata fin dai tempi più remoti.
E’ citata appena nella “Guida delle Giudicarie” di Cesare Battisti (1909), in cui l’autore pubblica invece ampie notizie e fotografie di altre caverne meno importanti come l’Arca di Fraporte di Stenico o il Bus de la Bastia di Tione.
Vent’anni più tardi, nel 1932, Italo Maroni e gli speleologi del Gruppo Grotte della SAT di Riva del Garda, dopo averla esplorata compiutamente, ne tracciano il primo accurato rilievo topografico accompagnandolo con alcune (inedite) sommarie osservazioni sulle morfologie interne, soprattutto della parte più profonda.
Poche righe le dedica Arturo Martini nella sua guida storico-turistica “La conca delle Giudicarie Esteriori” (Trento, Saturnia, 1955) in cui accenna genericamente ad oggetti e tracce che vi furono rinvenuti a testimonianza di un suo utilizzo come riparo, in epoca preistorica, o come probabile rifugio, nell’Età del Ferro, per gruppi di popolazioni euganee che vi sostavano durante le loro scorrerie a nord del Lago di Garda. La grotta si trova effettivamente in una posizione quasi strategica sul fianco del valico che mette in comunicazione l’Alto Garda con le Giudicarie, da sempre considerata storicamente importante per il transito delle merci verso il porto di Riva.
Secondo recenti studi, però, l’importanza strategica di questa via di collegamento andrebbe ridimensionata a favore di altre vie di comunicazione quali ad esempio la Val Lomasona ed il Passo di San Giovanni, la cui frequentazione in epoca proto-storica e storica sarebbe testimoniata da una serie di ritrovamenti distribuiti lungo tali direttrici.

Una breve descrizione, corredata da alcune fotografie e dalla riproduzione della planimetria del Maroni, la riporta Gino Tomasi nel primo volume de “Le Giudicarie Esteriori” (edito nel 1987 a cura del Consorzio Elettrico Industriale di Stenico). Infine Marco Ischia (Gruppo speleologico della SAT di Arco) ne pubblica un interessante articolo con dettagliate notizie faunistiche nell’Annuario 2001 della SAT di Riva del Garda.

Ricerche archeologiche recenti
Le ricerche archeologiche in epoche recenti non hanno evidenziato particolari ritrovamenti. Data la facile visibilità ed accessibilità, la grotta è stata senza dubbio meta frequente di ricercatori improvvisati che hanno asportato, con profondi rimaneggiamenti del terreno, eventuali reperti presenti in sito.
Va precisato inoltre che secondo i dati archeologici attualmente disponibili, le principali direttrici di collegamento nord–sud in questo settore del Trentino in epoca preistorica e protostorica erano rappresentate dal Passo di San Giovanni e dalla Val Lomasona. La direttrice del Passo del Ballino sarebbe stata quindi una via di percorrenza di importanza secondaria e ciò potrebbe verosimilmente indicare che anche l’importanza della Camerona come luogo di frequentazione sia stata in qualche modo sopravvalutata.

Bibliografia
Borsato A., 2007 – Ricostruzioni climatico-ambientali per l’Olocene da tufo calcareo e latte di monte in Trentino. In: Studi Trent. Sci. Nat., Acta Geol., 82 (2005): 239-259.

Eccel E. & Saibanti S., 2007 -Inquadramento climatico dell’Altopiano di Lavarone-Vezzena nel contesto generale trentino. In: Studi Trent. Sci. Nat., Acta Geol., 82 (2005): 111-121.

Ischia M., 2001 – La Grotta “Camerona” nei pressi di Ballino. In: Annuario SAT Riva del Garda. 2001

Martini A., 1955 - La conca delle Giudicarie esteriori: guida storico-turistica. – Trento, Saturnia, 1955. 170 p.

Tomasi G.,1987 – Aspetti naturali delle Giudicarie Esteriori. In: Le Giudicarie Esteriori. Banale, Bleggio, Lomaso. V.2, Il territorio. Stenico (TN), Consorzio elettrico industriale di Stenico, 1987: 15-81.